Tre fogli da appendere. Un percorso da raccontare.

Tre fogli da appendere. Un percorso da raccontare.

Ambiente, sicurezza e parità di genere: cosa c’è davvero dietro le nostre nuove certificazioni ISO 14001, ISO 45001 e UNI/PdR 125

Tiriamo fuori martello e chiodi, perché bisogna fare un po’ di spazio sul muro: sono arrivati tre nuovi certificati, tre nuovi attestati che aggiungono un altro tassello alla crescita di Rossi Oleodinamica. Questi tre fogli, però, sono solo la parte più visibile di tutto il lavoro fatto in questi mesi da Eleonora e Valentina per arrivare fin qui.

Ma andiamo con ordine.

Siamo certificati ISO 9001 da più di vent’anni e da tempo sapevamo che, prima o poi, avremmo dovuto affrontare anche il percorso per la ISO 14001, quella legata alla gestione ambientale. 

L’anno scorso abbiamo deciso che era arrivato il momento e, visto che ormai c’eravamo, abbiamo deciso di affrontare insieme anche la ISO 45001 sulla salute e sicurezza sul lavoro e la UNI/PdR 125 sulla parità di genere.

A quel punto la domanda era inevitabile: ma chi ce l’ha fatto fare?

Prendere una certificazione non significa compilare due moduli, fare un audit e appendere un foglio al muro. Significa mettere mano a procedure, documenti, abitudini, responsabilità e, soprattutto, al modo in cui certe cose vengono realmente fatte ogni giorno.

Ed è proprio questo il motivo per cui vale la pena raccontare tutto il percorso. Quei tre certificati non dicono soltanto che abbiamo superato una verifica. Raccontano cosa abbiamo dovuto guardare meglio, cosa abbiamo sistemato, cosa già funzionava e cosa invece ci ha spinto a fermarci e dire: “Ok, questa cosa possiamo farla meglio”.

ISO 14001, ISO 45001 e UNI/PdR 125: perché tre certificazioni insieme

Andiamo a conoscere le vere protagoniste di questa avventura: Eleonora Rossi e Valentina Barosi.

Eleonora, oltre a far parte del consiglio di amministrazione insieme a me, Omar, Galiano e Oscar, è la nostra responsabile della qualità e conosce già bene il mondo delle certificazioni, visto che segue da anni la ISO 9001. Valentina, invece, è l’ultima arrivata in casa Rossi e si occupa proprio di certificazioni.

Due punti di partenza diversi, quindi, ma quattro mesi passati praticamente sullo stesso fronte.

Le protagoniste del percorso: Eleonora Rossi e Valentina Barosi

Una delle prime cose emerse è stata molto semplice: non si trattava di rifare l’azienda da zero ma, prima di tutto, di mettere ordine.

“Devo dire che non eravamo messi per niente male”, racconta Eleonora. “Il lavoro grosso è stato reperire e gestire tutta la documentazione sparsa su mille cartelle e gestita da più responsabili, dare evidenze e rendere il tutto il più possibile adattabile e produttivo per la nostra realtà”.

Valentina se n’è accorta soprattutto lavorando sugli aspetti legati alle persone.

“Un fatto già presente molto in azienda era soprattutto l’attenzione alla salute psico-fisica dei lavoratori: agevolazioni per la genitorialità, orari flessibili, attenzione a mantenere un clima piacevolmente conviviale insieme alla produttività e alla serietà operativa”.

Il primo passo: mettere ordine prima di aggiungere regole

La certificazione sulla parità di genere, da questo punto di vista, è stata quasi una fotografia di qualcosa che in parte esisteva già.

“Le tematiche alla base della UNI/PdR erano già radicate e conosciute in azienda”, continua Valentina, “anche se magari alcune non erano formalmente documentate nero su bianco”.

Ed è proprio quel “nero su bianco” che cambia parecchio le cose. Fare qualcosa per abitudine è un conto; definire perché la fai, come la fai, chi ne è responsabile e come controlli che continui a essere fatta correttamente è un altro. Guardare tutto con una lente più precisa significa anche scoprire dove si può ancora intervenire.

“Entrare nel mondo della sicurezza e dell’ambiente mi ha fatta crescere davvero tanto”, racconta Eleonora. “Mi ha fatto vedere l’azienda da un punto di vista più viscerale e mi ha fatto capire quanto una piccola azione non corretta possa generare un grosso disagio”.

Sul fronte della sicurezza, alcune aree sono state ulteriormente analizzate e migliorate. Valentina cita il reparto saldatura, dove, oltre ai dispositivi di protezione già utilizzati, sono state valutate ulteriori modifiche alle postazioni dopo l’analisi delle radiazioni ottiche artificiali.

Sicurezza sul lavoro e ISO 45001: quando la carta deve raccontare la realtà

Il percorso ha fatto emergere quello che già funzionava bene e ha spinto a osservare quello che poteva essere migliorato. Ed è proprio qui che la ISO 45001 diventa interessante: sulla sicurezza sul lavoro non basta avere tutto scritto bene. Puoi avere procedure perfette, modulistica impeccabile e cartelle ordinate al millimetro, ma se quello che c’è scritto non corrisponde a ciò che succede davvero in officina, il sistema non regge.

Valentina lo ha visto molto chiaramente durante l’audit.

“La ISO 45001 richiede che il sistema di gestione sia realmente integrato nel modo in cui l’azienda lavora quotidianamente. L’auditor non si è limitato a controllare i fogli ma ha voluto capire se quanto previsto dal sistema veniva effettivamente applicato nella pratica, osservando direttamente le attività lavorative e parlando con lavoratori e preposti per capire quanto fossero consapevoli delle proprie responsabilità e delle modalità con cui vengono gestiti i rischi”.

La carta serve, eccome, ma deve raccontare la realtà

“Tutti devono capire quali sono i principali rischi, quali comportamenti adottare e perché determinate regole sono importanti”, continua Valentina. “Un buon sistema deve anche permettere alle persone di segnalare problemi, situazioni pericolose o possibili miglioramenti”.

Ed è qui che entra in gioco un aspetto fondamentale: ascoltare chi quel lavoro lo fa davvero, tutti i giorni. Spesso sono proprio le persone sul campo a sapere, meglio di chiunque altro, cosa funziona e cosa può essere migliorato.

Eleonora mette l’accento sulla collaborazione.

“Per evitare che resti solo carta e firme serve tanta, ma tanta collaborazione da parte della direzione generale e dei colleghi”.

Una certificazione non può vivere in un ufficio, non può essere responsabilità di una sola persona. Deve entrare nel modo in cui si lavora, nelle decisioni che si prendono e nel modo in cui si affrontano i problemi. Altrimenti resta una bella cornice appesa al muro. 

Parità di genere in azienda: fotografare quello che esisteva già

Andando avanti, ambiente, sicurezza e parità di genere hanno iniziato a sembrare sempre meno tre percorsi separati. Eleonora se n’è resa conto abbastanza presto.

“Prendere tre certificazioni insieme è un lavoro davvero grande, però mi sono resa conto che alla fine tutto è collegato: ambiente, sicurezza, qualità e anche parità di genere. Sostanzialmente quorme viaggiano tutte verso la stessa direzione”.

Ed è forse questo il punto che rischia di perdersi quando si guardano solo le sigle. ISO 14001 significa gestione ambientale. ISO 45001 significa salute e sicurezza sul lavoro. UNI/PdR 125 significa parità di genere. Tre ambiti diversi, certo, ma nella pratica finiscono per toccare lo stesso modo di stare in azienda: come lavoriamo, come prendiamo le decisioni, come gestiamo i rischi, come ci assumiamo le responsabilità verso chi lavora con noi e verso ciò che ci circonda.

Valentina lo riassume così: “Nel complesso si ottiene un’azienda più organizzata, eticamente corretta e attenta alle persone, dove i lavoratori sono maggiormente coinvolti, ascoltati, al sicuro e consapevoli del proprio ruolo”.

Ambiente, sicurezza e parità di genere: tre percorsi che viaggiano nella stessa direzione

I cambiamenti hanno iniziato a vedersi già durante il percorso.

“Le misure relative alla sicurezza e al rispetto dell’ambiente sono aumentate sia strutturalmente che tramite riunioni di sensibilizzazione con il personale e messaggi dedicati in bacheca”, racconta Eleonora.

La stessa cosa è successa sul fronte della parità di genere.

“Ho fatto in modo che il personale percepisse la disponibilità d’ascolto da parte della direzione, mettendo a disposizione di tutti diversi canali di comunicazione e cercando modi per accrescere il team building e la percezione di inclusione”.

Ed è qui che il discorso si allarga. Stiamo parlando del modo in cui un’azienda decide di evolvere: non per diventare perfetta, ma per diventare più consapevole.

Cosa cambia davvero dopo una certificazione ISO 14001, ISO 45001 e UNI/PdR 125

C’è un altro aspetto che, forse, all’inizio non avevamo messo in conto fino in fondo: un percorso del genere non cambia solo l’azienda, ma cambia anche chi se ne occupa.

Per Valentina, appena entrata in Rossi, lavorare su queste certificazioni ha significato conoscere l’azienda da un punto di vista molto più profondo.

“Mi sono resa conto di quanto lavoro ci sia dietro alla sicurezza, alla gestione dell’ambiente, alla formazione e all’organizzazione quotidiana. Soprattutto di quanto sia importante ascoltare chi lavora ogni giorno sul campo. Spesso sono proprio loro a conoscere meglio di chiunque altro cosa funziona e cosa invece può essere migliorato”.

Eleonora, che la Rossi la conosce da anni e aveva già seguito il percorso della ISO 9001, racconta qualcosa di diverso ma altrettanto importante.

“Sono soddisfatta della mia crescita personale. Il lavoro che ho svolto è stato impegnativo ma appagante per i risultati ottenuti e per l’aumento della mia consapevolezza”.

Le procedure servono, i controlli servono, gli audit servono. Ma se alla fine non aumenta la consapevolezza delle persone, non cambia il modo di affrontare i problemi e non cresce la capacità di ascoltare quello che succede davvero in azienda, allora si è solo prodotta altra carta. 

Il certificato come conseguenza, non come obiettivo finale

Ottenere una certificazione è difficile, ma mantenerne vivo il significato lo è ancora di più. Valentina lo dice senza troppi giri di parole:

“Il certificato dovrebbe essere considerato come la conseguenza di un impegno reale e non l’obiettivo finale”.

Eleonora va nella stessa direzione.

“Questi certificati saranno un simbolo di prestigio per la nostra azienda che non ho alcuna intenzione di sminuire relegandoli ad essere dei banali pezzi di carta”.

Adesso quei tre certificati li possiamo appendere al muro, metterli sul sito, mostrarli ai clienti e inserirli nelle presentazioni. Il lavoro vero però comincia adesso: si tratta di dimostrare, ogni giorno, che quei tre fogli hanno davvero un senso.

Martello e chiodi possiamo usarli, ma per ricordarci che quei tre fogli rappresentano tre impegni concreti: lavorare in modo più sicuro, più attento all’ambiente e più equo per le persone. 

Il valore vero non è nel foglio, ma in tutto quello che continueremo a fare ogni giorno perché quel foglio incorniciato abbia davvero qualcosa da raccontare.

Andrea